martedì 11 novembre 2014

O quam tristis


Quanta tristezza,
Hai ragione amico mio.
Ma forse è solo il riflesso dei miei pensieri.
Riuscissi a fermarne qualcuno in più.
Arrivano, si affollano nella mia testa,
se ne vanno spesso lasciando il vuoto del non ricordarli.
E anche quella sensazione che sento, quel malessere sconosciuto che da dentro vuole uscire ma si ferma lì a fior di pelle senza potersene andare e lasciarmi requie.
So che c’è anche rabbia in tutto questo, e per stare bene
La copro, la nascondo, non agli altri, ma a me stesso.
In realtà questi momenti di malessere, sono sopravenuti
Col tempo, pochi, ma intensi e a volte dolorosi.
Riesco cosi a sfogarmi, cercando parole. Cercandole, evitando per quanto possibile di intravedere in esse,
il riflesso delle persone reali intorno a me.
In questi giorni, in cui viene intaccata la sicurezza
Della mia attività lavorativa, sicurezza data dalla certezza di svolgere oltre il dovuto il mio compito.
E non per voler sembrare il più bravo in quanto sono consapevole di esserne lontano. Ma perché so di aver dovuto scegliere un’attività che non era la mia. Perciò
è per me sicuramente sensato cercare di svolgerlo al meglio,
perché cosi meno pesanti passano le giornate.
Resta comunque per me il riconoscimento e l’affetto delle persone che vengono da me.

G.


domenica 9 novembre 2014

Pauperibus etiam delirae





“Cosa fai?” mi sono chiesto.
E nella mia risposta, una domanda:
“Non lo so,  forse quello di cui tu hai bisogno?”
“Ma se lo stai facendo, quello che tu fai a qualche cosa pure servirà?”
“Oggi non lo so!”
Certo il bisogno, la necessità di vivere,
lavorare per far vivere anche chi intorno a te vive,
non solo di te certamente. Ma la dignità,
sapere che quello che tu fai ha un suo valore.
Oggi scopri che forse sei solo un pensiero inutile
Agli occhi di chi il lavoro ti dà.
“Povero illuso! Pensavi forse che fare il tuo lavoro ,
fatto come tu lo fai fosse vitale a quello spazio
che occupi  durante le tue giornate?”
“Ma …”
“Hai pestato bene il muso? No!”
“Lo so che non lo hai pestato abbastanza forte,
lo so che comunque continuerai a fare i l tuo
“stupido” lavoro con il sorriso sul volto,

e la rabbia dentro!”
G.

giovedì 11 settembre 2014

Essentia gaudii



E quando una sera, solo ti ritrovi ad affrontare l'uomo,
l’ombra che scivola furtivamente lungo i muri della stanza,
il silenzio appena scostato dai tasti del tuo PC.
Passato il temporale, è rimasto nell'aria
quel sapore umido e fresco del pulito lasciato
dalla pioggia.
Mi sono lavato, sotto l'acqua della doccia, ho fregato forte
la mia pelle cercando di cancellare la sensazione di sporco,
di falso, i dubbi e le bugie del mondo intorno.
Ho voltato la pagina dei miei pensieri,.
Un nuovo capitolo in cui seppellire le angosce
di un giorno fatto di tempo perso.
E' bello chiudere gli occhi, allontanarsi, assentarsi
cullato come sempre dalla musica. e per un attimo
la serenità si impadronisce della mia mente.
Guardo le mie mani, i pugni sono chiusi,
li apro e vedo scorrere la vita fra le mie dita,
logorate dal tempo, leggermente deformate
e forse anche doloranti.
E ancora chiudo gli occhi
nuova pagina, nuovi dubbi, nuovi vuoti.
Ed in fondo a tutto questo, realizzo
che sono troppo preso dalle brutture della vita,
dimenticando di scindere l'essenza della gioia
del vivere.
Una vita che i miei genitori mi hanno regalato
 per essere vissuta.
 E' ora di cancellare dai miei occhi la malinconia.


G




lunedì 1 settembre 2014

Reflexiones


Da molto tempo non torno su queste pagine,
ma, mentre camminavo per le vie della città,
incrociando tanta gente sconosciuta, fra la
quale ogni tanto un volto tornava. E fra questi
uno in particolare mi ha colpito, un'uomo 
stanco nei tratti del volto, forse gli occhi vivi
di cui vagamente mi ricordo 
oggi nascosti da scuri occhiali. 
Il bianco invade
quei pochi capelli che sormontano i solchi
segnati su una pallida fronte.
Il passo stancamente veloce,
a sfuggire non si sa quali fantasmi.
L'assenza dal mondo reale, chiuso nel proprio.
Chiuso nei suoi non pensieri protetti
dagli auricolari fissati alle orecchie.
Ed è quando con il braccio,
 si scontra con un'altro passante,
che realizzo chiedendo scusa,

di essere io.
G.

lunedì 21 luglio 2014

Stillæ super faciem meam



Un altro giorno, ho cambiato panchina.
Sono tornato su quella dove vidi dall’altra parte del fiume una ragazza, con il suo cane e la sigaretta fra le dita.
Sono sudato, gocce scivolano dalla fronte e con le braccia 
umide e appiccicose.
Qui all’ombra mi rilasso, 
ma oggi appena seduto, non so perché, 
un pianto represso e voleva urlare 
cosa e perché come detto non lo so 
e il mio orgoglio di uomo 
ha spento in gola 
quella voglia che non aveva motivo di essere.
Ora mentre scrivo, la mano trema. 
Allora alzo ulteriormente il volume della musica, 
ma mi stanno fregando,
eccole di nuovo quelle lacrime, 
con tutta la loro prepotenza.
Faccio fatica a vedere il mio scritto su questo foglio.
La vista appannata 
dalle lacrime che si perdono 
con il sudore gocciolante dalla fronte.
Sono qui solo, per mia fortuna solo.
E finito il brano e l’ho sentito tre volte.

Meglio lasciare scorrere quelli successivi e tornare a vedere il mondo intorno.....

G